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Uno scrittore prestato all’impresa editoriale: Sergio Bonelli

Foto: Sergio Bonelli (2-12-1932/26-9-2011) Era un caldo pomeriggio del 26 agosto del 1986 quando mi recai presso un’edicola di viale Regina Giovanna, a Milano (edicola che oggi non c’è più) ad acquistare il primo numero di un nuovo fumetto con storie horror e fantastiche. Quel Dylan Dog iniziai a leggerlo già tornando a casa, e a furia di leggere e rileggere me lo imparai quasi a memoria. Dopo Topolino, Braccio di Ferro, Geppo, ma anche dopo l’epica dell’Uomo Ragno, dei Fantastici Quattro e dei Vendicatori, che in Italia sembrava essersi conclusa nell’81 dopo la cessazione delle pubblicazioni (il fallimento dell’Editoriale Corno, che ne era la distributrice, sarà di tre anni più tardi, ndr), qualcosa di nuovo entrava nella mia vita. Quell’album in bianco e nero, ancora fresco di stampa, sanciva in qualche modo la mia uscita definitiva dall’infanzia e contemporaneamente il mio fortunato ingresso nell’universo del fumetto Bonelli (creato da Gian Luigi Bonelli e diretto per anni dalla moglie Tea), trasformato poi da Sergio Bonelli in un vero e proprio piccolo impero editoriale. Lo stesso Sergio Bonelli venuto a mancare lunedì scorso a quasi 79 anni, e che sappiamo già lascerà un vuoto incolmabile nel panorama degli eroi di carta.

Nelle mie periodiche visite proprio presso la casa editrice di via Buonarroti, poiché vi lavora un caro amico, mi venne presentato proprio da quest’ultimo. Sergio Bonelli era un uomo che avrebbe potuto avere più o meno gli anni di mio padre, dallo sguardo intelligente e dal fare schietto ma gentile. Per dare la misura della sua sincera democrazia, in quel momento avrebbe potuto avere davanti a lui anche Art Spiegelman, o l’ultimo dei fattorini, e ci avrebbe salutato tutti allo stesso modo, con una cordiale stretta di mano. In fondo lui era un milanese d’altri tempi, senza eccessivi vezzi intellettuali ma con la sana curiosità di chi ogni giorno impara sempre qualcosa di nuovo, operoso e frugale, e lontano dalla Milano modaiola. E con un’idea ben precisa in testa, quella di un fumetto popolare, nella sua migliore accezione, un prodotto veramente per tutti, e importante (come ha scritto Michele Serra su La Repubblica del 27 settembre scorso, pag. 57, ndr), da leggere con applicazione e passione, e con la voglia di capire quella relazione tra parole e disegni propria dei comics.

E nonostante l’idea di fumetto inteso alla stregua di prodotto culturale non sia da noi ancora ben acquisita, a differenza di quanto è avvenuto in Francia, esempio per tutti, proprio a Sergio Bonelli venne conferita una Laurea Honoris causa per il suo lavoro. In una realtà in cui troppi parlano di impresa, anche tra gli insoliti sospetti, l’idea che quest’uomo fosse soltanto il padre spirituale del fumetto italiano, come è stato scritto da più parti, oltre che ridondante risulta anche piuttosto riduttiva.

Sergio Bonelli aveva bene in mente una sana idea di impresa, non solo con costi e benefici ma anche con tutti gli alti rischi connessi a questa attività. Era troppo facile per i suoi detrattori affermare che non lasciava abbastanza spazio agli autori esordienti colmi di nuovi progetti a loro dire geniali (tra i quali, fino a poco tempo fa, anche il sottoscritto) o che, in prima persona, decideva quali linee editoriali e creative seguire. L’unica risposta possibile a chi ha pensato, o ancora pensa questo, è ricordare che stiamo parlando della factory che ha rappresentato e rappresenta l’unica casa editrice di un certo (considerevole) peso a livello nazionale, con una distribuzione che passa sia dalle edicole che nelle fumetterie con circa oltre una ventina di albi editi tra inediti, ristampe, maxi albi e graphic novel, per un totale di oltre 400mila copie vendute ogni mese. Perché, in ogni sua fase, dalla scrittura al disegno fino alla pubblicazione e distribuzione, quando è fatto seriamente, il fumetto è un lavoro!

Il suo primo merito, un’intuizione veramente geniale per l’epoca, fu la ripubblicazione di Tex, Willer, in singoli albi di un centinaio di pagine, circa, un format bonelliano che si imporrà in seguito con le canoniche 94 tavole per tutti gli altri albi seriali. Tra le teste di serie della scuderia ci sono personaggi quali Ken Parker, altro antieroe per eccellenza, di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, nato nel 1977, il detective del mistero Martin Mystère di Alfredo Castelli dell’82, il suddetto Dylan Dog di Tiziano Sclavi, l’investigatore del futuro Nathan Never, creato da Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna, ed edito nel 1991, e infine il Dampyr di Mauro Boselli e Maurizio Colombo, cacciatore di vampiri, ultimo grande successo in ordine di tempo.

Da qui un’analisi accademica, risalente a qualche anno fa, pubblicata dai media, che ha visto gli eroi bonelliani come paladini del sociale, eroi dell’altruismo, della solidarietà e dell’antirazzismo. E basta leggere qualche pagina di Tex, di Ken Parker o del futuribile Nathan Never, per capirlo.

Sergio Bonelli non è stato solo imprenditore e direttore, dal 1957 (oltre che mancato autore Disney, per scelta! Ndr) ma anche autore in prima persona di Zagor, creato da lui stesso, con lo pseudonimo di Guido Nolitta, nel 1961, uno dei primi personaggi che rilegge la storia da parte degli indiani d’America, insieme naturalmente a Tex Willer, di cui diventerà autore nel 1976, l’anno dopo il parto dell’altra sua fortunata creazione, Mister No, del 1975, primo vero antieroe del fumetto nostrano.

Al di là di valutazioni empiriche, speculazioni filosofiche o lacrimose pagine nostalgiche dedicate alla persona scomparsa, quelli da noi espressi sono i fatti, nudi e crudi.

Con un sincero ringraziamento, a Sergio.

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