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Recensione Stampa

DIRITTO DI CRONACA E LIBERTÀ DI STAMPA – Il caso italiano “Se tutti gli uomini, tranne uno, fossero di un parere, e quello, solo una persona, fosse del parere opposto, tutti gli altri uomini non sarebbero giustificati a ridurre al silenzio quell’unico uomo, quanto lui, se ne avesse il potere, non sarebbe giustificato a ridurre al silenzio tutti gli altri” (John Stuart Mill, da On Liberty, 1859). Fin dalla sua apparizione nel 1453, la stampa apparve come un’opportunità di divulgazione su contenuti e informazioni da un lato, un minaccioso pericolo per gli stessi motivi dall’altro, ovvero da parte dei detentori del potere mediatico del tempo. Non a caso, l’utilizzo della stampa nel corso del XVI secolo avrebbe diviso il mondo protestante da quello cattolico, facendo divenire la Fiera di Francoforte un baluardo centroeuropeo di civiltà e divulgazione a dispetto dell’Inquisizione spagnola – già nata sul finire del XV secolo – e di quella romana che operava soprattutto sul territorio italico. Tanto per intenderci meglio, la Chiesa come le autorità spagnole ritenevano che il diffondersi degli stessi contenuti evangelici a un numero ampio delle popolazioni minassero le fondamenta del loro potere sui sudditi. Chi non legge, non impara e non pensa. E chi non pensa, non nuoce ai potenti. Il concetto di “libertà di stampa” su contenuti e informazioni, tuttavia, crebbe nel tempo ed ebbe come primi fautori i pensatori liberali del XVIII e XIX secolo, affermatisi a seguito della rivoluzione industriale inglese del 1688 e di quelle americana e francese di fine settecento. Questi pensatori arrivarono addirittura a sostenere che la libertà di espressione di ogni singolo individuo risiedeva nella “legge naturale” dell’umanità: non a caso, l’esigenza di una maggiore libertà d’informazione in Europa e Stati Uniti, crebbe parallelamente con lo sviluppo del pensiero democratico e liberale dell’Occidente. L’Italia, terra di poeti, santi e navigatori, non ha avuto altrettanta fortuna con coloro i quali praticano il terzo mestiere più antico del mondo (sorvolando sul primo, il secondo è quello del malfattore nelle sue più varie versioni), quello del cronista. Ne ha avuto troppa fortuna chi ha finora cercato di svolgere la propria attività di giornalista in maniera libera, lontano da crocchi e parrocchie. Sono sotto gli occhi i recenti attacchi all’informazione portati dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (per favore, non chiamamolo Premier! Il premierato è un’altra cosa). Dalla querela a L’Unità e a La Repubblica, quest’ultima per le 10 e 10 domande vecchie e nuove, alla gogna mediatica de Il Giornale (di proprietà di Berlusconi) ad Avvenire, con tanto di dimissioni finali del direttore del quotidiano della CEI, Dino Boffo. Un blocco, quello dell’informazione di mezzo mondo, che, a suo dire, si è riunita in un’unica coalizione contro di lui, rea di “dis-informare” per recargli danno. Al di là del senso e della consistenza di ognuna di queste affermazioni, il cui speso specifico oggettivo non può né deve essere valutabile a seconda del proprio legittimo punto di vista, per comprendere un po’ meglio quanto sta accadendo è forse il caso di fare qualche passo indietro nel tempo. Il problema riguardante la libertà di stampa in Italia, all’oggi acuito a quello che sembrerebbe essere il suo apice (ma non si può mai sapere…) non nasce oggi. Prima di tutto, sotto il profilo editoriale, il nostro paese raramente ha visto editori puri, imprenditori esclusivamente dell’informazione, in quanto tali. Guarda caso se chi produce automobili, se è anche editore di una testata, difficilmente potrà garantire ai propri giornalisti dipendenti di dire peste e corna dell’auto. Mutati mutandis, caso analogo in cui l’attuale Presidente del Consiglio, nella fattispecie, è anche editore concorrente delle testate che, a buon diritto, secondo l’art. 21 della Costituzione Italiana, gli fanno le pulci. Dovuto probabilmente anche a questo motivo, non è possibile parlare della censura e dei suoi meccanismi senza tenere conto dell’autocensura che molti fra periodici, redazioni e giornalisti stessi praticano con diligenza. Autentica mosca bianca fu il direttore dello storico Corriere della Sera, Luigi Albertini, nel ‘25 prima firmatario del Manifesto degli Intellettuali Antifascisti (redatto da Benedetto Croce, ndr) e poi fatto dimettere dall’allora Primo Ministro – e Duce! – Benito Mussolini, non caso ex giornalista e direttore di giornale. E visto che discutiamo di libertà di espressione strettamente connessa con l’esercizio democratico, vorrei ricordare che, dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, immediatamente avallata, anziché fermata, da re Vittorio Emanuele III, il fascismo vinse regolarmente le successive elezioni, escursioni sull’Aventino, manganellate e olio di ricino a parte. E per concludere, la stessa canzone “democratica” suonò 10 anni dopo in Germania con il partito nazional-socialista di Hitler. E i risultati sono noti, alla faccia della democrazia. Tornando all’informazione, riguardo alla censura che definiremmo d-epurativa, la storia contemporanea vede al primo posto l’arcinoto editto bulgaro del 2001 “promulgato” a voce dallo stesso Berlusconi, illustri vittime Enzo Biagi e Michele Santoro, reintegrato grazie alla vittoria della causa di lavoro contro la RAI, oltre al comico (sic!) Daniele Luttazzi, ma non solo. Di allontanamenti la storia dell’informazione, in particolare modo quella radiotelevisiva, ha visti tra gli altri protagonisti uno su tutti il compianto Andrea Barbato. Nulla di che stupirsi, quindi, se il potere politico, precedente e attuale, sempre lottizzatore e autoreferenziale, ha condizionato i meccanismi delle notizie a suo favore. Un esempio è che in TV non si è passata la foto del ministro Renato Brunetta che ronfa placidamente durante un convegno, forse in una pausa nella sua crociata contro i fannulloni, al contrario di quanto è avvenuto su Internet o su qualche testata cartacea. E non è nemmeno troppo strano che nel non troppo lontano 2002 fu Striscia la Notizia, condotta dal binomio Greggio-Iacchetti, a vincere il premio “è Giornalismo”, fondato da Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Enzo Biagi e dall’imprenditore Giancarlo Aneri. E la stampa “seria”, quella che avrebbe dovuto fare le inchieste, dov’era? D’altronde questo vizio italiano ha permesso proprio all’attuale Presidente del Consiglio di sedere a Palazzo Chigi, mentre resta tranquillamente proprietario di tre televisioni nazionali, Canale5, Italia1 e Rete4, di un quotidiano, Il Giornale (di cui sopra), e di un impero mediatico costituito dalla casa editrice Mondadori, che annovera settimanali dalle tirature astronomiche come TV Sorrisi & Canzoni, e di molto altro ancora (scusate, ma abbiamo limiti di spazio per elencare tutto). A queste proprietà aggiungiamo l’influenza politica-partitica esercitata sui canali RAI proprio dall’attuale inquilino di Palazzo Chigi, dal 2008 sempre Berlusconi. Gli espedienti in uso sono per esempio il cosiddetto “panino” del telegiornale (dichiarazione del governo – replica dell’opposizione – controreplica del/i partito/i di maggioranza governativa), con programmi giornalisticamente comodi come Porta a Porta di Bruno Vespa (vedi il Contratto con gli italiani), Telecamere di Anna La Rosa o comunque format con ospiti rigorosamente senza contraddittorio. A dispetto di ciò nel 1994 la Corte Costituzionale, secondo un generale e legittimo principio antitrust, dispose che Mediaset avrebbe dovuto cedere una rete, o mandarla sul satellite (fu scelta Rete4). Essendo per gran parte della nostra classe politica l’antitrust qualcosa di parecchio indigesto, arrivò un decreto che salvava proprio Rete4, una proroga di cinque mesi in attes
a di una complessiva riforma del sistema che non sarebbe mai arrivata. Con un’inerzia alquanto sospetta anche da parte dello stesso centrosinistra ritornato al governo nel 2006, è del 31 gennaio 2008 la sentenza della la Corte di Lussemburgo che dichiara “contrarie al diritto comunitario”, quindi illegali, la legge Maccanico, il decreto salva-Rete4, la legge Gasparri, ma anche il nuovo Ddl Gentiloni. A questo punto ogni commento è superfluo. Al di là di un simile poker, in realtà l’’anomalia congenita e primordiale, per così dire, è che l’Italia è l’unica nazione europea ad avere proprio tre televisioni di stato, tutte in chiaro (altre vengono trasmesse dal satellite), dalla loro nascita diligentemente spartite dalle forze di maggiore rappresentanza con requisiti più vicini alla vendita delle indulgenze che a criteri meritocratici. Se è così il pubblico ovviamente il privato si adegua senza problemi con altrettante reti. Da qui una depressione sul tipo “Fossa delle Marianne” tra l’informazione televisiva, che versa in questo pietoso stato, e cartacea e web, sicuramente più indipendente, ma sempre all’interno di precisi limiti culturali. Come accennato all’estero la musica è un’altra. Per essere più chiari, il giornalismo è un cane da guardia e non da compagnia. A dimostrarlo partiamo nell’87 con l’incidente politico, e personale, di Gary Hart, uno degli sfidanti democratici che avrebbe dovuto battere Ronald Reagan, ma che stoppò la propria corsa grazie alla relazione clandestina con la bella Donna Rice, inizialmente negato, ma che la stampa tirò fuori senza complessi. Si continua con il finanziamento assai poco lecito di due miliardi di lire, circa, che nel 1999 senza troppi complimenti mandò a casa definitivamente quell’Helmut Kohl, tra i padri fondatori dell’Europa contemporanea (che nel 2001 ha concluso la vicenda con una multa di circa 300 milioni di lire, ndr), o con la vicenda della “trombata” elettorale di Jose Maria Aznar (con conseguente ritiro), colpevole nel 2004 di avere attribuito ai separatisti baschi dell’ETA l’attentato di Al Quaeda. Dimissioni anche per Hervé Gaymard, nel 2005, ministro dell’economia e delfino di Chirac, per un alloggio troppo grande proprio nel centro di Parigi (vicenda resa nota dal satirico Le Canard Enchaìné), come per la signora Jaqui Smith, ministro dell’interno britannico il cui marito ha speso 67 sterline, circa 70 euro, per due film a luci rosse pay per view maldestramente gravati sul conto dei contribuenti britannici (fonte Skynews, Rupert Murdoch editore, ndr). Ed è stata proprio la stampa a rendere noto tutto questo. Non devono quindi stupire i recenti suggerimenti, per così dire, al nostro Presidente del Consiglio da parte del Wall Street Journal, le bordate di The Times, con l’editoriale “Roma brucia” (un titolo, un programma) e le considerazioni di Javier Moreno, direttore di El Paìs, che lo paragona al presidente venezuelano Ugo Chavez. Per tacere di The Economist, tra i giornali britannici più conservatori ma che a Berlusconi non ne ha mai risparmiata una che è una. Quello che la stampa estera saggiamente finge di non capire, e che oltre a noi si rifiutano giustamente di intendere anche un buon numero di italiani forniti di coscienza civile, è che tra i paesi industrializzati e democratici solo da noi la politica non viene letteralmente fatta a fette e poi passata al colino dall’informazione, ma l’esatto contrario. Perfino George W. Bush, con il senno di poi a buon diritto qualificato come il meno brillante dei presidenti americani (per usare un dolce eufemismo), per la sua seconda elezione ha vinto attraverso un forte consenso costruito attorno a idee e iniziative soltanto riconosciute come fallimentari, ma che buona parte dell’informazione in quella specifica fase aveva accolto favorevolmente. Inoltre, se egli stesso, durante la sua prima campagna elettorale non avesse dal principio ammesso un passato di alcolista e tossicodipendente, anche il fatto di essere figlio di un ex presidente non gli sarebbe servito a nulla, e la sua corsa alla Casa Bianca non sarebbe nemmeno iniziata. Tornando agli States – tralasciando prima il celebre Watergate del ‘73, che proprio grazie al Washington Post spazzò via letteralmente Richard Nixon costretto alle dimissioni da presidente – come dimenticare il quasi impeachment di Bill Clinton per avere mentito circa una prestazione sessuale “impropria” somministratagli dalla signorina Monica Lewinski (gli americani erano troppo puritani per chiamarla con il suo nome, fellatio)? Anche in questo caso le analogie si sprecano, considerata la vicenda dell’escort Patrizia d’Addario, a suo riferire intrattenutasi proprio con il nostro presidente del Consiglio. Ma da noi la vita privata di un personaggio pubblico, o almeno quella propagandistica, sembra essere lecita solo in campagna elettorale. Potremmo aggiungere molto altro ma sarebbe pressoché inutile. Il senso del nostro discorso è che in Francia, in Spagna, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in moltissime altre nazioni civili chi decide di darsi alla politica deve passare sotto una tale fila di forche caudine prioritariamente fissate proprio dalla stampa, perché il ruolo dell’informazione, oltre al racconto dei fatti, è quello di garantire il corretto esercizio democratico. A dispetto della pretesa propria della politica italiana – come sempre Berlusconi in testa, ma comunque in buona compagnia – di esibirsi in talk show senza contraddittorio con questionari di domande preconfezionate da far leggere all’intervistatore. Perché l’informazione e la propaganda sono due cose molto diverse. Sarebbe come confondere lo spirito del trattato Sulla libertà di John Stuart Mill con un proclama del Minculpop. (Alex Miozzi e Claudio Elli, 2 ottobre 2009)

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