Punto e Linea Magazine

Primavera 2011, una riflessione sul Giappone

Foto: isola di Hokkaido (particolare)Per motivi felicemente personali nello scorso autunno 2010 ho avuto modo di poter visitare il Giappone per un paio di settimane, e circa un mese fa, con un certo colpevole ritardo, mi accingevo a scrivere un resoconto di quel fantastico viaggio. Di contro, adesso mi ritrovo a evitare di compiere l’ennesima penosa, quanto sicuramente parziale, riflessione su eventi che hanno letteralmente messo sotto sopra una civiltà e al contempo agghiacciato il mondo, in un’esperienza che al momento, a causa delle drammatiche ripercussioni legate ai reattori della centrale nucleare di Fukushima, non sembra essersi ancora conclusa. L’aggettivo fantastico, prima utilizzato per quel viaggio, non è solo l’esterofilia sorniona, quanto implacabile, che colpisce chi vede, e, per un periodo, vive un luogo appartenente a un mondo parallelo e per certi aspetti anche opposto al nostro. Per scelta, il raffronto compiuto non è per diversità, come implicitamente indica la sua definizione, attraverso un metodo che va a cercare e sottolineare le differenze tra i due elementi comparati. L’ottica da me applicata è una comparazione che va nella direzione opposta, e che vede la ricerca degli elementi di uguaglianza fra ciò che si considera.

Una trasvolata di quasi una dozzina d’ore totali, che possono lievitare in caso di scali intermedi (partendo da Malpensa, come nel mio caso, come da Fiumicino, il volo diretto è proprio di questa durata) per una scelta che cade prima di tutto su un discorso di tipo culturale. Una nazione che, un po’ come l‘isolana Inghilterra, è legata pur sempre a un continente, ed è formata da un gruppo di isole di cui le quattro più importanti sono, da nord, Hokkaido, Honshu, Shikokue e Kyushu, oltre a 3000 isole minori, poste di fronte al continente asiatico, la cui popolazione si è sedimentata nel tempo dai più svariati apporti etnici. Tralasciando i misteri dell’origine della sua lingua, al di là di una costruzione sintattica un po’ diversa dalla nostra, quest’ultima comprende al suo più di un alfabeto, l’Hiragana e il Katakana, tendenzialmente sillabici, il primo per le parole autoctone e il secondo per quelle straniere, i kanji, ossia l’equivalente degli ideogrammi cinesi da cui derivano, il cui significato comprende un’intera parola, oltre all’impiego del nostro alfabeto romano, quelli che chiamano caratteri romanji. Da qui un sistema scolastico che, pur lasciando i fianchi scoperti a critiche, garantisce un tasso di analfabetismo praticamente prossimo allo zero, e non da oggi. Il dato sbalorditivo è che tra il Settecento e l’Ottocento la scolarizzazione media era attorno al 40%, circa, percentuale che l’Italia raggiungerà soltanto alla fine degli anni ’30 del XX secolo.

Una storia millenaria che, a un certo punto, nel XVII secolo, il cosiddetto Medioevo Feudale, ha visto una totale chiusura al mondo esterno, fino alla seconda metà dell’800. Con l’ingresso dell’imbarcazione del commodoro Perry, 1868, e l’inizio del periodo Meiji, dell’orologio della storia è stato velocemente riportato al passo degli altri paesi che hanno subito, ma anche praticato, la Rivoluzione Industriale. Secondo il principio di identità enunciato all’inizio, quindi, si deve quindi pensare, senza dubbi, a questa nazione dalle stesse parti dei paesi europei e degli Stati Uniti, o dell’Italia.

Un altro motivo di interesse riguardo al Giappone è la saldatura di elementi, per così dire storici, con altre caratteristiche di assoluta modernità. La presenza dei tempi scintoisti e buddisti, che è facile incrociare, anche in miniatura, agli angoli delle strade, e degli edifici storici, laddove non è stato distrutto tutto da sismi, incendi o dai bombardamenti della Seconda Guerra, s’intreccia, con naturalezza, con i protagonisti del disegno manga. Per la cronaca, quest’ultimo è il particolare stile fumettistico proprio della loro cultura, e dai un po’ di tempo anche della nostra, aggiungo. Per cui, a Kyoto, all’uscita della stessa stazione, mentre ci si dirige allo storico tempio cittadino principale, ci si imbatte nelle colonne su cui svettano le statue in plastica di Astroboy e di Simba, il primo re leone, originale (da cui si sono molto liberamente ispirati molti anni dopo i creatori Disney per l’omonimo film animato, ndr) proprio di fronte alla moderna torre, dalla forma di fiaccola.

E’ davvero molto difficile comprendere per noi europei (i localismi lasciamoli ad altri) lo stoicismo alla base di questa società, fortunatamente o purtroppo, non so giudicare, anche in quest’ultimo catastrofico sisma, il peggiore cataclisma naturale a memoria d’uomo, e negli annessi e connessi del caso. Vedere volontari che si immolano letteralmente all’interno delle aree dei reattori danneggiati, ben sapendo a quale destino vanno incontro, è qualche cosa che per noi arduo da capire. Sotto un altro punto di vista, dalle nostre parti (e non solo in Italia, lo sottolineo) sarebbe altrettanto impensabile la cortesia, all’apparenza quasi portata all’estremo, dei negozianti, ma anche dei loro policeman locali, che, gratta gratta, alla fine non può che essere è sincera. Al controllo immediatamente successivo allo sbarco aeroportuale di Narita, Tokyo, da parte di due poliziotti in uniforme, con una cordialità per noi del tutto inaspettata una volta compresa la nazionalità italiana (benché il mio aspetto suggerisca sempre qualcuno proveniente dal Nord America alle isole britanniche), un moto di gioia si è impossessato di loro sapendoci connazionali di Zaccheroni, vittorioso mister della nazionale calcistica. La dedizione a tutto, dalle persone alle cose, anche più piccole, un’applicazione pratica ed efficiente di quel “I Care”, slogan del presidente americano Barak Obama quando era in corsa per la Casa Bianca, sembra essere l’effetto prima che della loro storia, del luogo in cui si trovano, un volersi/doversi occupare/preoccupare, che ha origini lontane e profonde.

L’arcipelago giapponese, come insegna la sua storia passata e recente, è a livello planetario in balia dei peggiori cataclismi, sismi e tsunami, per consistenza quanto per frequenza. Le sue isole, come detto, si trovano al largo di un continente su cui si sono avvicendate civiltà dallo splendore altrettanto indiscutibile, ma dalle mire espansionistiche forti, da cui, per risposta, una certa belligeranza che nei periodi peggiori ha determinato anche un forte nazionalismo. Per quanto riguarda poi quest’ultimo centinaio d’anni abbondante, a seguito delle rivoluzioni, sociale, culturale e industriale, arrivate alla fine del XIX secolo, di cui sopra, il Giappone si è visto sprovvista anche di quelle materie prime sufficienti a garantirgli l’autonomia energetica. E infine, anche a causa di scelte strategiche disastrose (ma fino all’Armistizio dell’8 settembre anche l’Italia, era alleata alla Germania del III Reich, nell’Asse Ro.Ber.To., Roma-Berlino-Tokio, appunto. Ndr), ha vissuto la distruzione di Hiroshima e Nagasaki con due bombe atomiche alleate. A questo punto nessuno vuole processare la Storia (non mi ritengo nemmeno in possesso dei titoli per farlo), ma se il presente è frutto del passato qualche elemento si evidenzia già da sé.

L’idea di costruire, abbattere, volontariamente e non, per poi rifare tutto da capo, è divenuta un’esigenza, per quanto un profondo conoscitore di questa civiltà come Fosco Maraini non la condividesse proprio del tutto, come la stragrande maggioranza dei non nipponici. Una nuova ricostruzione nazionale è successiva al ’95, a seguito del devastante sisma che colpì Kobe e Osaka, e, notizia che è passata quasi inosservata nelle ultime settimane, quest’ultimissimo terremoto non ha distrutto quasi nessun edificio, fatta eccezione per quelli spazzati via dallo tsunami. Se quanto la stessa scossa sismica avesse avuto come epicentro proprio l’Abruzzo, peggio che andar di notte, tutti i geologi interpellati hanno assicurato che avrebbe raso al suolo anche Roma (che non è costruita secondo criteri antisismici, come la stragrande maggioranza del patrimonio edile nazionale).

Per dovere di correttezza, chi scrive è tanto scettico fino alla quasi contrarietà rispetto all’energia nucleare, se non altro per il problema delle scorie, quasi impossibili da stoccare, e senza comunque contare i rischi eccessivi rappresentati dalle centrali stesse. Tutto questo per non parlare delle aziende o delle autorità le quali, anziché controllare e vigilare seriamente sugli impianti, proprio come in quest’occasione, sembra facciano di tutto per mascherare e insabbiare, seppure con risultati disastrosi, quanto è avvenuto e ancora avviene. E’ anche vero, però, che la scelta nuclearista giapponese, a dispetto dei due bombardamenti atomici del ’45 che ancora oggi pesano sulla coscienza collettiva nazionale, è risultata quasi obbligata. Stiamo infatti parlando di una società fortemente industrializzata che, nel bene e nel male nonostante le recenti crisi, nazionali e mondiali, riesce a rimanere sempre al passo di stati come Stati Uniti, Germania e Francia. E se da una parte è vero che negli ultimi vent’anni nazioni come la (a loro) vicina Cina, e l’India, hanno fatto letteralmente passi da gigante, guadagnando un posto tra i grandi nel jet set delle economie mondiali, per poter essere considerate al pari delle nazioni della Vecchia Europa e della Giovane America scontano ancora elementi di instabilità e incertezza, sotto numerosi aspetti, dovendo infatti colmare un grande numero di diseguaglianze sociali, e non solo, al loro interno. Di contro, per il Giappone, questo non si può dire, anche da prima della Seconda Guerra, a ben vedere, già tra le fila del cosiddetto primo mondo.

Una riflessione si conclude laddove non si aggiungere ciò che è stato già detto e approfondito, sicuramente molto meglio, da altri. Ci limitiamo quindi a rivolgere ai giapponesi l’esortazione Gambatte kudasai, il cui significato tradotto suona più o meno “Forza e coraggio, non mollate”.

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