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L’ultimo saluto a Michele Scarponi, modello di umiltà

Foto: Michele Scarponi (Jesi, 25 settembre 1979 – Filottrano, 22 aprile 2017)

Foto: Michele Scarponi (Jesi, 25 settembre 1979 – Filottrano, 22 aprile 2017)

Si è spento sabato 22 Aprile in seguito ad un fatale incidente stradale, mentre si allenava in bici. Michele Scarponi se n’è andato a 37 anni, nella sua terra marchigiana, durante un banale allenamento. Lo chiamavano “L’Aquila di Filottrano”, per come riusciva a raggiungere rapidamente le cime in sella alla sua bici, agile, elegante, per poi fiondarsi in picchiata nelle discese staccando gli avversari. Ed è stata proprio una discesa a stroncare la sua vita, proprio nella sua terra natia, e proprio alla vigilia del centesimo Giro d’Italia, dopo aver appena vinto una tappa al “Tour of the Alps” e dopo esser appena stato insignito dei gradi di capitano dopo la recente defezione di Aru.
Tutti lo ricordiamo vincitore al Giro nell’edizione del 2011, dopo la squalifica per doping di Contador. Fu una vittoria che lui sentì come non sua, pur meritandola, come ci ricorda anche il collega Roberto Sopranzi, in una celebre dichiarazione dello stesso Scarponi, quando disse: «Questo risultato sportivo non mi appartiene».

Michele Scarponi aveva i piedi per terra, metaforicamente parlando. In bici no, in bici volava, in quegli anni tra il 2009 e il 2011; ed infatti prima della celebre vittoria in Rosa si era aggiudicato tre vittorie di tappa nei due anni precedenti, oltre alla classica “Tirreno-Adriatico” nel 2009. Ma era passato anche per l’onta del doping, nel 2007. Aveva scontato la sua squalifica ed era ripartito, umilmente, lavorando sodo e non cadendo mai più nella trappola delle sostanze proibite.
Negli ultimi anni della carriera si era messo anzi al servizio dei campioni come Nibali, risultando decisivo nella conquista della vittoria finale di quest’ultimo nel 2016. «Michele è un esempio di sacrificio, non per primeggiare, ma per essere compagno; un esempio di collaborazione, dell’essere squadra» – così lo ricorda lo stesso Cardinale Menichelli, durante l’omelia funebre (fonte: www.oggi.it).

Per un vincitore di un Giro, chiudere la carriera da gregario, seppur di lusso, è un atto di assoluta umiltà, abnegazione, voglia di sacrificio. Era sempre pronto a scherzare, anche su se stesso, e non a caso tutti nel gruppo gli volevano bene. Come non ricordare la sua dichiarazione, nel 2016, all’indomani della vittoria del compagno Nibali, quando gli fu chiesto, ai microfoni Rai com’era fare il gregario: «Bello, quando si vince – raccontò – Una faticaccia e basta quando si perde».

Davide Cassani, ct della Nazionale italiana di ciclismo, gli ha consegnato idealmente la maglia azzurra come primo convocato per i Mondiali del 2018, e in un discorso commemorativo ha salutato Michele iniziando con le parole “Ciao capitano”. Combinazione, dopo esser stato gregario, era appena stato promosso capitano anche nella sua squadra, la Astana, causa defezione illustre. Ma evidentemente doveva chiudere la carriera così, umilmente, da gregario. Un gregario di lusso, s’intende.
Ciao Michele Scarponi, addio.

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