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La Cappella Sansevero di Napoli

Foto: interno Cappella Sansevero di Napoli

Foto: interno Cappella Sansevero di Napoli

Pochi luoghi a Napoli attirano i turisti e chi vi transita anche per tempi limitatissimi, quanto La Cappella Sansevero.
Ne viene consigliata la visita dagli stessi abitanti della città, che suggeriscono: « … è già stato alla Cappella Sansevero?…non se la perda …». Inserita tra i dieci luoghi imperdibili di Napoli, attende il visitatore con tutto il suo mistero, il suo fascino e la sua storia colma di leggende. Detta anche Chiesa di Santa Maria della Pietà o, in linguaggio partenopeo, Pietatella, è infatti tra i più importanti musei di Napoli ed è situata in una chiesa sconsacrata, attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero.

Le sue origini affondano le radici in un passato mitico: era un antico tempio di Iside? Può darsi.
È stata (questo è certo) meta di pellegrinaggio popolare in seguito a una leggenda secondo la quale un uomo, accusato ingiustamente, fu poi riconosciuto innocente, dopo avere invocato la bella Vergine del dipinto (ora posto sopra l’altare maggiore). Da qui il suo nome.

Storie e leggende a parte, la Cappella ci accoglie nella sua stanza con tutti i suoi segreti intatti e non ancora del tutto dis/velati. Al centro troneggia, silenziosa, l’opera più importante, “il Cristo Velato”, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, che ora e sempre fa parlare di sé.
Unico blocco di marmo, l’opera, conosciuta ormai in tutto il mondo, per il velo marmoreo adagiato sul Cristo Morto (da mani misericordiose, come parrebbe), avvince gli sguardi, lascia stupefatti.
Il sudario di marmo è frutto di processo alchemico a opera dello stesso Principe di Sansevero, Raimondo di Sangro (massone e alchimista)? A lungo si è dibattuto su questo, ma, il Principe, committente e ideatore – regista di tutto l’apparato settecentesco della Cappella stessa (un autentico tesoro artistico), ha portato la risposta con sé nelle nebbie del Tempo.

In questo luogo di irraggiungibile bellezza  sono presenti altre opere di pregiata fattura, quali “La Pudicizia” di Antonio Corradini e “Il Disinganno” di Francesco Queirolo; e le stupefacenti macchine anatomiche (due corpi completamente scarnificati, con l’intero sistema circolatorio intatto), che ci guardano e ci ammutoliscono. Si esce dalla Cappella di San Severo come da un mondo lontanissimo, da un luogo remoto preservato dal e nel Tempo.

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