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Il valore delle parole e dei fatti (che ne derivano)

Foto: un’immagine di “Parole in libertà” di F.T. MarinettiTra le principali differenze tra noi esseri umani rispetto a tutti gli altri rappresentanti del mondo animale non vi sono l’intelligenza piuttosto che la capacità di comunicare, come alcuni erroneamente pensano. Gli altri animali, applicano l’acume in loro possesso per la risoluzione dei loro problemi, quindi sono intelligenti, così come stabiliscono e mantengono tra di loro forme di dialogo, ossia comunicano. Il primo elemento di diversità tra noi e loro è la parola, ovvero quella forma codificata di fonemi articolati utilizzati all’interno di un gruppo di individui. Prima di esprimerci tutti in italiano è stato necessario l’intervento di personaggi come, per esempio, Bonvesin de la Ripa, che si esprimeva in un volgare milanese, fino al fiorentino Dante Alighieri, con la sua Comedia, alla base del nostro parlato odierno. Senza contare che questa nuova lingua, il volgare italiano, appunto, era in strenua competizione con il più dotto latino, oltre che con i vari dialetti locali, per tacere dell’idioma d’elite impiegato solo dagli eruditi all’interno dei monasteri, quel greco antico raccontato nel romanzo di Umberto Eco, “Il nome dalla rosa”. Non è un caso che proprio latino e greco, lingue morte per eccellenza, si studino ancora oggi all’interno di alcuni indirizzi scolastici, così come sul nostro territorio moltissimi dialetti autoctoni, o vere e proprie lingue, come il sardo, al grico fino all’albanese, non hanno mai smesso di essere quotidianamente parlate. In questi ultimi vent’anni nel nostro paese abbiamo assistito a un imbarbarimento della cultura in generale, involuzione che ha attraversato pesantemente anche la lingua italiana (1), e non solo per un suo uso scorretto. L’errato impiego del congiuntivo non è certamente una bella cosa, anzi, ma non è certo un peccato capitale. Quello che è grave è il senso non corretto che, troppo spesso, viene attribuito ad alcuni termini, così come ad alcuni concetti, uno stravolgimento generale dalle conseguenze che definire gravi non è esattamente un eufemismo. Del resto, già il Don Lisander nazionale, che l’aveva capito bene, nel suo romanzetto faceva recitare all’avvocato Azzeccagarbugli la celebre massima: “A saper bene maneggiar le gride, nessuno è reo nessuno è innocente…”. Mi riferisco a un corollario di autentiche bufale che da tempo sembrano sostituire quotidianamente le definizioni corrette, quanto i fatti, attraverso un uso distorto della lingua e di quanto ne deriva, talvolta a uso e consumo solo di alcuni.

Affrontando più praticamente il discorso, si può iniziare dai cosiddetti Presidenti delle 20 Regioni italiane, che non sono governatori, dato che Nebraska e New Jersey, a differenza di Abruzzo e Valle d’Aosta, non si trovano sul suolo italico. Allo stesso modo non è ingiustizia la mancata attribuzione delle 30 stelle sulla maglia della Juventus. Come ha spiegato bene Marco Travaglio, tifoso bianconero DOC (nella puntata di “Quelli che il calcio” del 13 maggio 2012, ndr) le stelle restano 28 perché sono intervenute sentenze da parte della giustizia, quella ordinaria. Quest’ultima, tramite la magistratura, non solo ha condannato chi aveva maneggiato le regole per vincere a tutti i costi, ma ha tolto i riconoscimenti a questa squadra, comminando pesanti sanzioni anche ad altri club calcistici, come il Milan, Lazio e Fiorentina, che in qualche modo facevano parte di quel sistema fraudolento. Nessun fumus persecutionis, dunque, espressione paventata già ai tempi di Tangentopoli dall’allora leader del PSI Bettino Craxi, lo stesso politico che non è morto esule, come invece perì un altro socialista, Filippo Turati, costretto sì all’esilio dal Fascismo. Protetto dal precedente, ora deposto, regime tunisino, per essersi sottratto alla giustizia italiana, Craxi concluse infatti i propri giorni da latitante. Una responsabilità personale, e non collettiva (altra bufala) che nulla ha a che vedere con un’idea politica che tanti militanti ed elettori onesti hanno condiviso, e che continuano a portare avanti anche oggi all’interno di altre formazioni politiche.

Le parole assumono una particolare importanza anche quando si confonde, volontariamente, quelle che il precedente presidente del Consiglio, quarta carica politica in ordine di importanza all’interno del nostro ordinamento, definiva come cene eleganti. Tant’è che attraverso testimonianze, intercettazioni telefoniche e quant’altro, dalle inchieste relative è emerso tutt’altro (vedi lo speciale trasmesso da Radio Capital nella mattinata di venerdì 18 maggio, ndr). Per quanto avvenne la nuova denominazione sarebbe ora quella di Burlesque, all’interno di un’assurda vicenda, comicamente sostenuta dalla tesi per cui la donna, in quanto genere femminile, sarebbe per sua natura esibizionista. Un presupposto non difforme dalle considerazioni misogine di certi teologi medioevali (femmina deriverebbe da foemena, quindi con meno fede, ndr), che tuttavia non modifica di una virgola l’essenza intrinseca dei fatti avvenuti all’interno della villa di Arcore. Un “puttanaio”, come qualcuno lo ha definito senza troppi giri di parole, che nulla ha a che vedere quindi né con le cene eleganti, né con il Burlesque.

Vili e barbare sono state tutte le stragi mafiose, dall’omicidio Chinnici, a Falcone, Borsellino fino alle bombe del ’93, per cui sono di difficile qualificazione le recenti considerazioni di Beppe Grillo sull’argomento. A meno che non si faccia satira, attività che l’ex comico genovese non svolge più da tempo, perché in quel caso i traguardi diventano buon senso e, forse, buon gusto, non sarà il Grillo di turno a definire i metodi, la storia e le azioni della criminalità organizzata di stampo mafioso, a prescindere dalle sue specifiche accezioni e variazioni sul tema (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita). Alla faccia anche alle recenti critiche a Roberto Saviano, reo, per così dire, di avere raccontato agli italiani in questi anni che una parte dei territorio è nelle mani di un’economia, proprio quella mafiosa, che solo nel 2008 ha fatturato 130 miliardi di euro, ovviamente esentasse. E che la criminalità organizzata c’entri o meno nella strage del 19 scorso a Brindisi, a prescindere dall’articolo de Il Giornale, pubblicato lunedì 21 maggio, dal titolo “Gli orfani della mafia fissati coi complotti” (3), non cambia una virgola di quanto è finora accaduto, anzi, nel caso di un suo eventuale coinvolgimento la situazione sarebbe anche peggiore. E non sarebbe la prima volta che se la prende con minori, come nel caso di Santino di Matteo, sequestrato, segregato per lungo tempo, barbaramente ucciso e poi sciolto nell’acido. Senza contare che mafia è anche il pizzo estorto dal balordo locale, il ras del quartiere che agisce per contro proprio, anche prima che le grosse organizzazioni lo arruolino piuttosto che lo tolgano fisicamente di mezzo. E mafia è quella del responsabile dell’ufficio tecnico che, senza che “vengano oliati debitamente gli ingranaggi” (gli sia pagato illecitamente un corrispettivo) non pone la sua firma, per esempio, su una ristrutturazione edilizia.

Altro tasto dolente è confondere la libera informazione con la propaganda, quest’ultima spacciata per la prima da certi soloni che quasi quotidianamente sui media pontificano sentenze, immediatamente pronti a smentire subito dopo, contribuendo, per esempio, all’azione della cosiddetta macchina del fango, sostenuta in larga parte dal finanziamento pubblico, ergo, parte delle nostre tasse di cui usufruiscono la maggior parte dei gruppi editoriali. Per tacere dell’uso distorto a fini politici del cosiddetto servizio pubblico RAI, come nella vicenda Minzolini. E in questo calderone possiamo trovare le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (casus belli della II Guerra all’Iraq), i falsi scoop dei dossier Mitrokhin e del caso Telecom Serbia, entrambi ai danni di Romano Prodi (nella prima vicenda il professore bolognese era addirittura indicato come agente del KGB! Ndr), come il tormentone della casa di Montecarlo del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, bufala ad hoc orchestrata dall’ex direttore de L’Avanti, Walter Lavitola. Ma la serie potrebbe continuare.

Un altro bell’esempio di capovolgimento delle parole, e dei fatti, è la presenza di ex terroristi che, come per magia, si sono riciclati giornalisti, intellettuali, storici e, in generale, maitre a penser sui più svariati argomenti durante presentazioni, convegni e incontri presso università e centri culturali. Premesso che si tratta di persone che a seguito di quanto hanno commesso, hanno effettivamente scontato per intero la pena corrispondente, non hanno tuttavia mai mostrato un solo segno di pentimento rispetto ai gravissimi sbagli (come gli omicidi) commessi. Ancora oggi quando parlano di loro stessi si paragonano ai partigiani a cui però le cose non sono andate altrettanto bene solo perché gli italiani non capirono (e perché mai avrebbero dovuto?). I partigiani, quelli veri, che facevano parte di quel movimento armato chiamato Resistenza, e a cui, insieme agli Alleati anglo-americani, tutti noi dobbiamo la nostra libertà, furono cosa den diversa da criminali invasati da ideologie che distorcevano, e distorcono tutt’oggi, la realtà. Se Renato Curcio vuole esprimere liberamente le sue idee faccia pure, ma non vada in giro a raccontare storie.

Forse meno pericolose, ma sempre di difficile qualificazione, e di scarso realismo, in questo calderone possiamo inserire anche affermazioni come “Primo Greganti eroe”, da una tag murale del ’92, in parte sconfessata dallo stesso protagonista (4), che a sua volta poteva anche evitare di affermare che Mani pulite è stata, testuali parole, “un’occasione sprecata”, oppure, secondo Gianfranco Fini, che nel ’94 affermò “… Mussolini è stato il più grande statista del secolo …” (va capito, a quei tempi non era ancora liberale) (5), o Massimo d’Alema, che nel ’96 dichiarò “La Lega è una costola della sinistra” (6). La storia lasciamola agli storici, la cronaca ai giornalisti e la comicità ai comici, se possibile.

Se si vuole che questa nostra nazione faccia veramente il salto di qualità sperato, a partire proprio dal profilo culturale ideale motore di tutto il resto, è ora di ridefinire un po’ anche il linguaggio utilizzato, perché per quanto possa sembrare un’idea scontata, le parole sono importanti.

(1) http://www.corriere.it/cultura/11_novembre_28/di-stefano-italiani-non-capiscono-la-lingua_103bb0fa-19a8-11e1-8452-a4403a89a63b.shtml

(2) http://www.dailymotion.com/video/xqswn4_quelli-che-il-calcio-l-editoriale-di-marco-travaglio-sulla-juventus-ed-intervista-sul-lavoro-a-teatr_fun

(3) http://www.ilgiornale.it/interni/_partita_corsa_individuare_nessi_e_intrecci_cosche_e_lattentato_pugliese_ma_e_solo_gara_chi_spara_piu_grossa/21-05-2012/articolo-id=588794-page=0-comments=1

(4) http://www.unita.it/italia/primo-greganti-l-inchiesta-fu-un-bene-ma-l-italia-non-e-cambiata-1.381186

(5) http://politici.openpolis.it/dichiarazione/1994/03/30/gianfranco-fini/mussolini-%C3%A8-stato-il-pi%C3%B9-grande-statista-del-secolo/276691

(6) http://www.libreidee.org/2012/04/massimo-fini-addio-bossi-tramonta-lultimo-politico-vero/

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