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Il libro che non c’è. Intervista a Matteo Fini

Foto: cover “Università e puttane. Il libro che non c’è”

Foto: cover “Università e puttane. Il libro che non c’è”

Di solito chi recensisce libri prima si dà la pena di leggerli, ma se il libro non è stato ancora editato l’unico sistema è quello di incontrare il suo autore, sempre nella speranza che il lavoro letterario in questione prima o poi esca veramente.
Con la premessa de “la storia del libro che non c’è ma che tutti vogliono leggere”, incontriamo il suo autore Matteo Fini.

Intanto, alla sua presentazione/monologo (lo scorso 26 novembre presso il Palo Alto, #illibrochenonce, ndr) ha raccontato di un libro fatto e finito, dal titolo Università e puttane ma non ancora editato. Vorrebbe spiegare anche ai nostri lettori come mai il suo lavoro è, letteralmente e senza giri di parole, ancora sulla carta?
Il libro è pronto e doveva uscire nella primavera del 2014. Poi è successo che sono stato raggiunto da alcune diffide mandate da alcune personalità più o meno influenti del mondo accademico italiano che mi hanno creato non pochi problemi ma soprattuto imbarazzo con editore e lettori. Ho dovuto mettere il progetto in standby, ma come hai visto solo per quanto riguarda la pubblicazione vera e propria. In realtà #illibrochenonce ora vive di vita propria sotto nuove forme.
E comunque sono disponibili in free download i primi due capitoli sul mio sito (*).

Abbiamo capito bene o le minacce che le sono state fatte si riferiscono a stralci di un testo che, a parte lei che lo ha scritto, per intero nessuno lo ha ancora letto?
Ma sì, ma la cosa pazzesca è questa. Se eri allo spettacolo lo hai visto, altrimenti è ancora tutto online (**) perché nonostante le diffide parlassero chiaro io non ho tolto nulla. Gli stralci di bozza pubblicati sono così generici che se qualcuno si è riconosciuto così tanto da far intervenire un avvocato probabilmente ha qualcosa da nascondere.

Quella che racconta durante lo spettacolo omonimo “Università e puttane” è quella di atenei in cui la regola è rappresentata dall’eccezione. Ci può raccontare come e, se possibile, fare anche qualche esempio?
La realtà é che alla base del libro come dello spettacolo c’è un qualcosa che tutti sanno da millenni: concorsi pilotati, soldi spartiti alla bell’e meglio, favoritismi di varia natura, e altro ancora. Voglio dire non sono certo io a dire queste cose per primo. Quello che io ho fatto è semplicemente raccogliere queste tematiche e inserirle in una storia, godibile, divertente, a tratti malinconica. Chiaro che mi sia ispirato a storie che anche io ho visto e vissuto. A volte sono stato il primo a beneficiare di una stortura logica ormai radicata nel nostro sistema. Ecco, anzi, se c’è qualcosa che denuncio non è il fatto che il sistema sia marcio, banalità, ma che lo accettiamo come tale e ci muoviamo, tutti, di conseguenza.

Lei è stato ricercatore e, come ci sta raccontando e ha raccontato, ne ha viste veramente di tutti i colori. A suo avviso un modus operandi così palesemente antimeritocratico, e va da sé anche clientelare, che effetto può avere sulla professionalità di chi si laurea?
Devastante. Perché a furia di portare avanti gli amici scarsi si finisce col costruire un sistema educativo guidato da scarsi. Che poi insegnano ai tuoi figli che crescono convinti che quello che hanno imparato da questi scarsi sia il Vangelo.
Questo fattore insieme alle ultime riforme che hanno completamente depotenziato il titolo di studio semplificandone il raggiungimento ha creato una generazione che crede di sapere e invece è impreparata a lavorare. E non lo sa. Ma le aziende sì.

Ritiene per questo che alcune tragiche conseguenze del pessimo lavoro di professionisti in ambiti diversi dal suo, in primis in quello medico e chirurgico, possano derivare da un’università che alle volte, forse troppe, giudica in maniera meramente arbitraria e di conseguenza non prepara adeguatamente?
Assolutamente. Anche nel libro riprendo un concetto simile, anticipato nelle risposte precedenti, partendo da Economia e dalla frase di Keynes “Nel lungo periodo siamo tutti morti”. Proprio come dici tu, se tutto questo male ha impatto su chi studia Lettere moderne o greco antico ok, con tutto il rispetto s’intende, io sono laureato in scienze politiche, ma se la qualità della didattica, della docenza, dello studio, dell’insegnamento e della crescita professionale deplode a medicina o ingegneria siamo tutti morti davvero, anche non troppo nel lungo periodo!

Crede che la laurea oggi debba ancora avere valore legale?
Deve avere valore per chi decide di studiare. Per cui deve essere difficile da raggiungere come obiettivo, probante, formativa e molto ben strutturata nel suo percorso. Se fosse così sarebbe comunque un campo di battaglia ed esperienza ottimale che avrebbe valore, legale o meno.
Io non credo molto al concetto di “valore legale” in sé, credo che ognuno debba essere giudicato in base alla propria storia e al bagaglio di esperienze fatte. L’università è solo una di queste.

Più in generale, un problema della nostra università è quello di un turnover di fatto bloccato, per cui chi ha avuto la fortuna di entrarvi sembra non volerla abbandonare mai se non per limiti di età o per trapasso. Quale potrebbe essere la soluzione a questo problema?
Non sono un guru. Io mi occupo di ricerca e formazione, onestamente questa domanda presuppone alcune competenze gestionali e anche politiche che non mi sento di padroneggiare per cui non saprei cosa dire. Per me il problema non sono i vecchi. Ma i vecchi che non han più voglia di aggiornarsi e spendere il proprio tempo per formare i giovani, studenti o ricercatori. Al ché allora sì dovrebbero avere la decenza di farsi da parte.

Data l’attuale tragica situazione, in generale, come dovrebbe essere reinventata l’organizzazione universitaria secondo lei?
Come sopra, é una domanda troppo complessa. Comunque rimanendo sullo standard provo a darti tre punti base. Per chi ci vuole lavorare sono necessari concorsi basati sul merito, posti banditi quando serve e non per spartizione di favori e separazione di carriere. Uno dei motti del mio libro, e del mio pensiero, è “sapere e sapere insegnare son due cose differenti” quindi chi ha la passione per la ricerca faccia ricerca, chi ha passione per la didattica insegni. In Italia non è così e ci ritroviamo in aula persone che non hanno nessuna voglia, né capacità, per relazionarsi con gli studenti e l’insegnamento.
Per chi ci vuole studiare, invece, si devono eliminare i mille mini corsi di laurea inutili, introdotti non per favorire una specializzazione, ma per avere più cattedre da assegnare, tornare a programmi probanti. Per esempio, ai miei tempi, e non sono vecchissimo, l’esame di Storia contemporanea erano 3000 pagine, tre-mila. Oggi con una dispensa di 80 te la cavi… Capisci bene che qualcosa mi è rimasto in testa per forza!
Infine non premiare tutti con 110, giusto per favorire il ranking del proprio ateneo, né laureare tutti ovviamente. Non è detto da nessuna parte che dobbiamo essere tutti laureati, dobbiamo avere l’opportunità se ci interessa questo ovviamente, ma ci sono carriere e soddisfazioni differenti lungo più strade della vita. Ma un’azienda deve poter contare su questa scrematura, di qualità, delle università e se gli arriva il cv di un 110 e lode deve poterci credere. Oggi non è così, le aziende assumano a sensazione poi la formazione la fanno internamente. E così l’università perde il suo ruolo nel mondo. E rimane solo il carrozzone.

(*) www.matteofini.it/illibrochenonce

(**) https://www.facebook.com/matteofini/media_set?set=a.10152111591861575.1073741826.604966574&type=3

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