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Ifigenia, liberata. Uno studio sul sacrificio umano e il contagio della violenza

Foto di scena: Ifigenia, liberata, da sin. giorgia Senesi, Anahì Traversi, Edoardo Ribatto, Tindaro Granata - Piccolo Teatro Strehler di Milano dal 27 aprile al 7 maggio 2017

Foto di scena: Ifigenia, liberata, da sin. giorgia Senesi, Anahì Traversi, Edoardo Ribatto, Tindaro Granata © Masiar Pasquali

Il capro espiatorio nella storia dell’umanità al Teatro Strehler nell’ultimo lavoro firmato da Carmelo Rifici

La piattaforma è la tragedia di Euripide Ifigenia in Aulide, sulla quale si basa l’intero studio bibliografico e filosofico del lavoro scritto da Angela Dematté e Carmelo Rifici sulla genesi del sacrificio “sbagliato”, in quanto portatore di violenza nell’umanità. Se la crocifissione del Nazareno serve per la salvezza del mondo, quella di Ifigenia è invece portatrice di odio, serve per far partire le navi degli Achei, bloccate ad Aulide dalla bonaccia, alla volta di Troia, provoca guerra e morte. Ella stessa, in assenza di amore da parte del padre Agamennone, trasforma la necessità del suo sacrificio in una forma di sentimento avverso, perdendo così la sua innocenza primigenia nella consapevolezza del male che ne deriva.
Nell’excursus analitico appare anche l’avversione dei filosofi greci nei confronti di Omero, per aver giustificato la violenza con sottintesi che hanno irrimediabilmente creato altre morti nell’equivoco originario.

Lo spettacolo si apre come storia di una compagnia teatrale che sta cercando di mettere in scena un lavoro ispirato alla tragedia euripidea, presenti, oltre agli attori, la drammaturga, il regista, il musicista, lo staff tecnico. In realtà questo riconduce alla genesi del progetto, una ricerca che si è soffermata solo successivamente sul personaggio di Ifigenia. Rimanendo nell’impianto del “teatro nel teatro”, il prologo apre l’indagine con l’uccisione di Abele da parte di Caino, ponendo l’interrogativo sul reale motivo del gesto fratricida. L’invidia nei confronti di Abele non era in fondo suggerita da una maggiore attenzione amorosa di Dio, ma dalla possibilità da parte del pastore di sacrificare gli agnelli. L’uccisione sacrificale è il segno che distingue le due esperienze di vita, e l’intervento successivo di Dio, che intima a Caino di andarsene e nel contempo lo salvaguarda da qualsiasi desiderio di vendetta, crea il lungo percorso che porterà alla venuta di Cristo quale Salvatore dell’umanità.

L’intuizione presente in Ifigenia, liberata è quello di intravvedere, pur con una situazione culturale diversa, lo stesso approccio da parte di Euripide, che considera inutile il sacrificio della fanciulla, posizione espressa attraverso le parole di un servo che propone in contrapposizione l’amore. La liberazione di Ifigenia è data da un lato dalla sua salvezza da parte di Artemide che la trasporta a Tauride, sacrificando al suo posto una cerva, e dall’altro dalla smitizzazione del personaggio, con un’operazione che dipana gli equivoci e sottintesi della vicenda.

Dipanare è anche il compito di Teseo nel Labirinto di Cnosso, che svolge il gomitolo datogli da Arianna per poter tornare indietro dall’amata dopo avere ucciso il Minotauro. Arianna, innamoratasi dell’uomo sbagliato, si rende complice della morte del fratellastro, che per quanto mostro è pur sempre un consanguineo. Questo aspetto fenomenologico della vicenda che la lega può in effetti mutare la natura del gomitolo, che da semplice strumento conduttore si trasforma nelle stesse viscere di Arianna, come il Labirinto simbolo di antichi sacrifici, e forse non casualmente l’intestino viene ormai identificato come un secondo cervello umano del tutto simile al primo.

Il male viene fugato dal sacrificio del “capro espiatorio”, la figura del capro è presente anche nell’origine della tragedia, Tràgos Oidè, mentre il labirinto, ovvero le viscere, risulta figurativamente il percorso circolare analogico che prelude alla ciclicità, come in un uovo alchemico che racchiude vita, morte e palingenesi.
Il senso di questo elaborato progetto teatrale è forse quello di credere alla possibile rinascita dovuta a una trasmutazione di valori: se l’odio crea contagio, generando violenza, il suo opposto può altrettanto costruire una diversa relazione umana nel tempo. E il teatro è in fondo un possibile strumento di propagazione di questo seme che si chiama speranza.

Giudizio: ***1/2

Produzione LuganoInScena
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa
e Azimut, in collaborazione con Spoleto Festival dei 2Mondi, Theater Chur
con il sostegno di Pro Helvetia, Fondazione svizzera per la cultura

Ifigenia, liberata progetto e drammaturgia di Angela Demattè e Carmelo Rifici
Ispirato ai testi di Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Antico e Nuovo Testamento, Friedrich Nietzsche, René Girard, Giuseppe Fornari

Con (in ordine alfabetico) Caterina Carpio, Giovanni Crippa, Zeno Gabaglio, Vincenzo Giordano, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Igor Horvat, Francesca Porrini, Edoardo Ribatto, Giorgia Senesi, Anahì Traversi
Regia di Carmelo Rifici

Scene: Margherita Palli
Costumi: Margherita Baldoni
Maschere: Roberto Mestroni
Musiche: Zeno Gabaglio
Disegno luci: Jean-Luc Chanonat
Progetto visivo: Dimitrios Statiris
In video: Maximilian Montorfano, Jacopo Montorfano e Agnese Chiodi
Illustrazioni e animazioni: Stefano Bruscolini

Milano, Teatro Strehler, Largo Greppi 2 (M2 Lanza)
Dal 27 aprile al 7 maggio 2017
www.piccoloteatro.org

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