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Gianni Boncompagni, tra radio geniale e tv discutibile

Foto: Gianni Boncompagni e Renzo Arbore ai tempi di “Alto gradimento” (1975)

Foto: Gianni Boncompagni e Renzo Arbore ai tempi di “Alto gradimento” (1975)

I processi mediatici non mi piacciono così come mi aggradano altrettanto poco quelli di santificazione. Per questo non mi associo ai corifei che piangono lacrime amare per la scomparsa di Gianni Boncompagni, né contro chi sputa fiele, letteralmente, contro la sua persona. Evitando accuratamente di raccontare la sua vita personale, mi limiterò a una sintetica valutazione di quella artistica di uno dei più straordinari autori che il sistema radiotelevisivo di stato, la Rai, abbia mai avuto.

Dopo una formazione di artista, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 in Svezia, egli debuttò presso la radio svedese, e una volta ritornato in patria, nel ’64, vinse il concorso Rai come programmatore di musica leggera insieme a un altro cavallo di razza, Renzo Arbore, con cui creerà quella che da tutti viene considerata la nuova radio italiana. Ma andiamo con ordine.

Alle 17.40 di ogni sabato pomeriggio, dagli studi di via Asiago in Roma, sul secondo canale (la riforma radiotelevisiva interna ci sarebbe stata poco dopo una decina di anni), dal 16 ottobre del 1965 al 19 maggio del 1970 viene trasmesso “Bandiera Gialla”, un programma, che con il senno di poi potremmo considerare un’autentica rivoluzione. Finalmente rivolto a un pubblico giovanile (il ’68 era alle porte), il titolo è un omaggio al celebre brano di Gianni Pettenati, e la sigla, “T-Bird” viene cantata da Rocky Roberts. Qualcosa che oggi potrebbe far perfino sorridere ma che allora, con tutta la produzione discografica estera, dai Beatles ai Rolling Stones a tutta la produzione americana, da Ike & Tina Turner, Ray Charles fino allo stesso Elvis, si trattava di un’autentica necessità poiché la programmazione discografica nazionale era ancora quasi esclusivamente autarchica. E non paghi di questa novità (il dirigente Rai che garantiva per il binomio era un altro signore della radio-telefonia nazionale, Luciano Rispoli, ndr), in studio erano presenti giovani che partecipavano attivamente al programma, e non assistevano passivamente solo applaudendo (altro che “Amici”!), oltre a grandi artisti quali, per esempio, Renato Zero e Mita Medici. Inoltre vi era anche una gara canora con tanto di selezione e finale, nella quale al termine i vincitori venivano premiati con il Disco Giallo. Un successo inaspettato, e meritato, tant’è che nel ’66 il programma ebbe una specie di seguito parallelo, condotto però dal solo Arbore, dal titolo “Per voi giovani”.

Conclusa questa esperienza, il binomio Boncompagni-Arbore nel luglio 1970 debutta con un altro format, “Alto gradimento”, fino al ’76 (e ripreso successivamente dal ’79 all’80, sempre su Radio 2, ndr) dalle 12.30 alle 13.30 dal lunedì al venerdì, qualcosa di completamente diverso rispetto al precedente. Si trattava di una narrazione del tutto improvvisata, senza testi scritti, in un’epoca in cui ogni trasmissione veniva pensata in ogni suo dettaglio, con l’inserzione di artisti quali i fratelli Franco e Sergio Bracardi, Mario Marenco, Marcello Casco e altri ancora, all’interno di un contenitore che prevedeva anche un supporto musicale ad altissimi livelli, con musica che andava da Louis Armstrong fino ai neonati gruppi musicali, con la sigla “Rock Around The Clock”, di Bill Haley, qui tuttavia nella versione orchestrale diretta da James Last. Un autentico festival della comicità non-sense, che portò alla ribalta personaggi quali Max Vinella, il federale Romolo Catenacci, lo stilista Jean-Jacques le Baron de la Fiche de la Bagarre e lo Scarpantibus. In breve, un primigenio laboratorio di quello che Arbore porterà sul piccolo schermo negli anni a venire, a partire da “L’altra domenica” a “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, e di cui tutt’oggi la televisione italiana, dai programmi di Fabio Fazio (da “Anima mia” in poi) a quelli di Beppe Fiorello (“Edicola fiore”), vive ancora serenamente di rendita.

Oltre a una parallela attività di autore di testi musicali, da “Il mondo” con Gianni Meccia a “Ragazzo triste”, e dopo una relativamente breve collaborazione a “Chiamate Roma 3131″, nel ’77 Boncompagni approda alla televisione con un altro fortunato programma, “Discoring”. Una più che dignitosa, carriera di autore e regista, senza dubbio, dai più noto “Superstar” a “Drin”, “Sotto le stelle” e “Che patatrac”, che lo porta a collaborare anche con Giancarlo Magalli, fino all’autentico botto televisivo con Raffaella Carrà (di cui è anche autore di alcune delle sue più celebri canzoni, ndr) in “Pronto Raffaella”, dall’83 all’85, seguito da “Pronto, chi gioca?” con Enrica Bonaccorti, dall’85 all’87, che porta alla notorietà anche lo stesso Magalli come conduttore, temporaneo sostituto della stessa Bonaccorti. Un tris di successi che si conclude con “Domenica In”, in cui Edwige Fenech viene trasformata da protagonista della commedia scollacciata di qualche anno prima in abile presentatrice, e Marisa Laurito, già celebre per il succitato “Quelli della notte”.

In compagnia di Irene Ghergo, già sua coautrice, nel 1991 Boncompagni passa a Fininvest, riutilizzando qualche idea in nuce già presente dalle precedenti esperienze, a partire da ragazzine che si cimentano in festosi balli a quiz assortiti, un mix che si concretizza in “Non è la Rai”, dal ’91 al ’95, e che lancia al successo le giovanissime Ambra Angiolini, Claudia Gerini, Laura Freddi, Sabrina Impacciatore, Nicole Grimaudo, Antonella Elia e Nina Moric. Un concentrato di tv spazzatura, condotto da Enrica Bonaccorti coadiuvata da Antonella Elia e Yvonne Sciò, e naturalmente da Ambra all’auricolare, che, almeno all’epoca, non aveva ancora degni paragoni, costituito da ragazze, anche delle quali minorenni, che ballavano senza coreografie, si tuffavano in piscina ma con costumi totalmente integrali e finti spogliarelli stile “9 settimane e 1/2″. In breve un concentrato di scempiaggini che ha contribuito allora, e negli anni a seguire, a convincere giovanissime che per divenire dive televisive basterebbe essere moderatamente carine e disinvolte di fronte alla telecamera. D’altronde sono quelli gli anni di programmi come “Primadonna”, con Eva Robin’s, “Bulli & pupe” e “Rock ‘n ‘roll”, fino a “Casa Castagna”, con Alberto Castagna (tutti dello stesso autore-regista toscano), nonché di una cosiddetta rivoluzione politica il cui protagonista era, ed è, il proprietario di metà dell’emittenza televisiva totale, della quasi totalità di quella privata, e di buona parte dell’informazione.

Il suo ritorno in Rai nel ’97 vede il successo del biennale “Macao”, condotto da Alba Parietti, il flop di “Crociera”, e del più fortunato “Chiambretti c’è”, poi, qualche anno dopo, ancora con la Raffa nazionale in “Carràmba che fortuna”, altro indiscusso successo, fino al definitivo passaggio a La7, nel 2007 con “Bombay”, una specie di  pastiche di tutto quanto aveva fatto finora. Negli ultimi anni ricordiamo la sua collaborazione con “Il fatto quotidiano” con la rubrica “Complimenti”.

Come già detto, volendo tralasciare la persona e la sua condotta personale, la valutazione finale del suo lavoro vede, come già scritto, una grandissima luce per quanto riguarda la sua attività di autore e presentatore radiofonico, ma di contro un percorso assolutamente opposto in ambito televisivo. Se di contro Renzo Arbore ha praticamente riscritto un nuovo modo di fare televisione, oltre che radio, di cui, sottolineo, si vive tutt’oggi di ampia rendita (la casta degli autori televisivi, ridotto a un egoriferito ed elitario circolo di furbetti, spesso giornalisti, strapagati e ormai quasi senza idee dovrebbe porsi qualche domanda, e iniziare a darsi qualche onesta risposta), dall’altra il peggio dell’attuale televisione ha sicuramente un padre riconosciuto, che è proprio Gianni Boncompagni. Si devono a lui i giochini idioti in cui si vince esclusivamente per mera fortuna, le ninfette (detto senza moralismo) che sculettano non troppo vestite davanti alla telecamera fino ai guitti privi di ogni talento (vedi alla voce reality) che discettano, pontificano, e si arricchiscono pure, all’interno di contenitori pomeridiani tanto dementi da oltrepassare ogni possibile buon senso, se non altro perché quello del ridicolo è morto stecchito.

Qualcuno potrebbe anche obiettare che ogni nazione ha la televisione che si merita, il che è corretto, ma è pur vero che alla fine i giovani, quelli d’oggi, se ne sono bellamente infischiati della televisione prediligendo la Rete, che purtroppo spesso si dimostra altrettanto becera. Ma quella è un’altra storia.

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