Punto e Linea Magazine

SALOMÈ di Oscar Wilde / Giovanni Testori

Click to view map
When:
gennaio 18, 2018 @ 8:30 pm – gennaio 28, 2018 @ 4:30 pm
2018-01-18T20:30:00+01:00
2018-01-28T16:30:00+01:00
Where:
MTM Teatro Litta
Palazzo Litta
Corso Magenta, 24, 20121 Milano MI
Italia
Cost:
Intero 24€ + prev. – Under26 e convenzioni 16€ + prev. – Over65 12€ + prev. – Under12 10€ + prev. Abbonamenti liberi a partire da 40€ Abbonamento: 6MTMconTE – UNIconTE – MTMdono
Contact:
Biglietteria MTM
02 86 45 45 45
Foto di scena: Salomè, Mino Manni e Valentina Violo - Al Teatro Litta di Milano dal 18 al 28 gennaio 2018

Foto di scena: Salomè, Mino Manni e Valentina Violo © Teatro de Gli Incamminati/I Demoni

Elaborazione drammaturgica Alberto Oliva e Mino Manni
regia Alberto Oliva
con Mino Manni, Francesco Meola, Giovanna Rossi, Valentina Violo
voce fuori campo Franco Branciaroli
scene Alessandro Chiti
costumi Lella Diaz
movimenti Lara Guidetti
luci Luca Lombardi
sound design Gabriele Cosmi
assistente alla regia Valentina Sichetti
produzione Teatro de Gli Incamminati/I Demoni
durata 1 ora e 10 minuti

Il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte

La lingua estrema, carnale di Giovanni Testori dà voce alle apocalittiche profezie di Iokanaan, mescolandosi e intrecciandosi con la limpida ed estetizzante poesia di Oscar Wilde, in un connubio travolgente.

La prima domanda che ci siamo fatti per mettere in scena questo grande testo è chi sia e che cosa rappresenti quello strano profeta che spaventa tutti i personaggi con i suoi misteriosi vaticini urlati dal fondo del nero pozzo in cui è tenuto rinchiuso. La risposa che abbiamo scelto di dare è che Iokanaan rappresenta l’inconscio, lo specchio di Narciso, l’immagine riflessa in cui ciascun personaggio vede riflessa la parte sconosciuta di se stesso.

Quella che fa paura, perché dice la verità sulle proprie debolezze e perversioni. Ascoltare quella voce significa, dunque, fare i conti con il proprio lato oscuro, che destabilizza, ma anche rendere liberi, come accade a Salomè, che si lascia travolgere dalla scoperta del proprio istinto e sensualità. Per questo il profeta non si vede mai in scena, è solo voce senza corpo, con l’aspetto che l’inconscio di ciascuno vuole immaginare.

All’inizio c’è la proposta di Erode, un re che vuole divertirsi e abusare della sua posizione e della sua sconfinata ricchezza:
«Salomè, danza per me, in cambio avrai quello che vuoi».
Alla fine c’è, inatteso e perturbante, il responso di Salomè: «Voglio la testa di Iokanaan».
In mezzo c’è il tempo della danza, della vittoria dei sensi, della perdita del controllo, dell’ebbrezza dionisiaca di chi si lascia andare al godimento più puro senza badare alle conseguenze del proprio gesto.

Erode firma un assegno in bianco, il patto di Faust con Mefistofele al contrario: non vende l’anima al diavolo per la conoscenza, ma per la lussuria, per un lungo ma limitato momento di carnalità suprema. Quando si torna alla ragione dopo l’ebbrezza, ormai è troppo tardi. La testa è caduta per sempre. Il potere rinuncia a se stesso in nome del corpo. La testa è simbolo di razionalità, controllo, saggezza. La testa che rotola via dal corpo e viene servita su un piatto d’argento è il trionfo dell’irrazionalità che regola il mondo in nome del capriccio senza legge.

Salomè è il Male sotto forma di Incanto, è un’opera torbida ed estrema, che ci porta a riflettere su quello che siamo disposti a perdere per un momento di piacere: la tentazione, l’abbandono, l’attrazione del baratro. La danza sospende il tempo, lo congela in una lunghissima pausa, dopo la quale accadrà qualcosa di violento, inevitabile, tremendo. Il mondo perde qualcosa ogni volta che i potenti si concedono l’ebbrezza dell’irrazionale. La danza di Salomè è come la pallina della roulette, che gira e ipnotizza il giocatore, questa volta il re Erode, un uomo potentissimo e lussurioso, incapace di porre un freno ai suoi desideri, proprio come un ludopatico. Si gioca per giocare, non importa se si vince o se si perde.

Salomè è un dramma di ciechi che vogliono vedere, è un dramma di visioni proibite, di sguardi rubati.
Il finale è nuovamente affidato alla parola di Testori, materica, carnale, moderna, che ci riporta nel “qui e ora” del teatro, nell’ultima battuta, tratta dall’Erodiade e pronunciata da lei, la madre di Salomè, stratega nascosta, rimasta sempre nell’ombra a vigilare su tutto.

Con Salomè i Demoni portano avanti il loro percorso di esplorazione del lato oscuro dell’uomo, del mistero dei sensi e delle pulsioni irrazionali. Insieme al percorso sui testi di Dostoevskij, affiancano la produzione di testi classici riletti con sguardo contemporaneo e con una poetica personale e sempre più caratterizzata verso un teatro di parole e d’immagine, classico e innovativo insieme, che rispetta i testi nella loro integrità, ma li attraversa con un immaginario contemporaneo e un taglio cinematografico di forte impatto.

Note di regia
La mia Salomè non è una danzatrice esperta, che si dona al diletto di chi glielo chiede, ma una giovane donna tenuta fin da piccola rinchiusa e costretta in un abito che la tiene legata, nascondendo ogni forma di sensualità e reprimendo la sua femminilità. La voce del Profeta Iokanaan, voce del suo inconscio, risveglia in lei la consapevolezza di essere donna, portandola a un’esplosione dei sensi. Ecco che la danza non è esibizione artistica, ma liberazione, non espressione di talento e tecnica, ma lo sbocciare di un fiore, il diventare farfalla di un bozzo. Solo che la fioritura dura pochissimo, il  fiore si brucia nel breve volgere del tempo della danza dionisiaca, estrema, travolgente. Tutta la vita per un attimo di lussuria.
Alberto Oliva

Alberto Oliva
Alberto Oliva, classe 1984, si laurea in Scienze dei Beni culturali all’Università Statale di Milano, si diploma in regia alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi nel 2009, realizza diversi spettacoli, fra cui Il venditore di sigari (Teatro Litta-Milano), Prospettiva Dostoevskij al Teatro Franco Parenti, Signorina Else al Teatro Stabile di Napoli, Giulio Cesare al Teatro Litta. Nel 2012 ha vinto il Premio Internazionale Luigi Pirandello come regista emergente. Nel 2014 vince il premio Biennale College per la realizzazione di un’opera lirica originale e nel 2017 cura la regia di Inori di Stockhausen per la serata inaugurale della sezione Musica della Biennale di Venezia.

Mino Manni
Si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano, si diploma alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman nel 1991, lavora con alcuni grandi registi del panorama teatrale e cinematografico italiano, fra cui Massimo Castri, Giancarlo Cobelli, Franco Però, Cesare Lievi, Glauco Mauri, Antonio Calenda, Armando Pugliese, Jerome Savary, Luca de Fusco, Marco Bellocchio. E’ coprotagonista del film “Casomai” di Alessandro D’Alatri, partecipa al Grande Sogno di Michele Placido e lavora con Dario Argento in “Non ho sonno”. Nel 2017 vince il Premio Franco Enriquez per Cleopatras di Giovanni Testori con Marta Ossoli.

BIGLIETTERIA MTM
Prenotazioni e prevendita da lunedì a sabato dalle 15:00 alle 20:00
I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

 

Comments are closed.