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Jerry Lewis, comico rivoluzionario

Foto: Jerry Lewis (Newark, New Jersey, 16 marzo 1926 – Las Vegas, 20 agosto 2017)

Foto: Jerry Lewis (Newark, New Jersey, 16 marzo 1926 – Las Vegas, 20 agosto 2017)

La nozione che molti di noi hanno di rivoluzione, non so quanto giustamente, è indissolubilmente legata a un’idea di cambiamento drammatico. All’opposto, Jerry Lewis ha portato una vera rivoluzione nel panorama comico statunitense e mondiale.
Classe 1926, Joseph Levitch, figlio di attori ebrei russi, scoprì il proprio talento tra i compagni a scuola (celebre l’episodio che interruppe definitivamente la sua carriera scolastica per avere percosso un suo insegnante dalle manifeste idee xenofobe, ndr) che espresse durante la sua prima tournée, nel ’44, in cui imitava alcuni celebri cantanti grazie al playback di recente introduzione.

Solo due anni dopo, insieme a un altro outsider, il crooner italoamericano Dino Crocetti, ai più noto come Dean Martin, perché era ancora l’America dei Wasp (White Anglosaxon Protestant), creò una delle coppie comiche più divertenti e interessanti del panorama comico della scena artistica. Da una parte Martin, un primo attore-cantante, bello e fascinoso, e dall’altra Lewis, picchiatello, pasticcione e sempre pronto a combinare guai. Un duo durato una decina d’anni, a partire da “La mia amica Irma” del ’49, per un totale di 16 lungometraggi, in realtà stravolgeva non poco i ruoli reali di entrambi dietro alle quinte. Infatti, come avrebbe ammesso lo stesso Dean Martin svariati anni dopo la loro separazione artistica, il deus ex machina del binomio era proprio Lewis, meticoloso autore del loro repertorio. Una sincera stima tra i due, nonostante la separazione artistica, testimoniata dalle parole dell’ex partner con le testuali e profetiche parole: “Guardate che quel ragazzo farà strada”. Dì lì a poco  infatti Martin inizierà una carriera di grandissimo livello in ruoli brillanti quanto drammatici, da “I giovani leoni” in poi.

Volendo spendere qualche altra doverosa parola sul loro connubio, e sul senso della rivoluzione comica di cui Lewis fu portatore, la loro spigliata comicità mai volgare, basata sulla parola quanto sulla fisicità soprattutto di Lewis, mandava definitivamente in soffitta il linguaggio degli altri binomi che li avevano preceduti, da Laurel & Hardy, come dei loro tristi successori, Bud Abbott e Lou Costello (da noi Gianni e Pinotto, ndr) ma anche di Bing Crosby e Bob Hope, questi ultimi più simili ai primi nel modello protagonista-spalla comica. Inoltre, credo si possa serenamente affermare, senza rischio di smentita, che Jerry Lewis è stato il vero inventore di quella nuova comicità che proseguirà agli sgoccioli della sua carriera, in televisione, pensiamo al “Saturday Night Live”, grande fucina di comici alcuni dei quali ancora in circolazione, quanto al cinema.

Non trascurabile anche la sua breve carriera canora, raccolta nell’antologia “Jerry Lewis Just Sings”, e, almeno per noi italiani, è stata fondamentale la sua figura per uno dei più importanti musicisti e interpreti nostrani che non ha mai nascosto di essersi, almeno ai suoi inizi, ispirato a lui: Adriano Celentano.
Dopo un breve momento di incertezza artistica, Lewis tornò al grande successo con due film diretti da Frank Tashlin, “Il balio asciutto” del ’58 e “Il cenerentola” di due anni dopo, in cui la figura comica si compenetrava, e saldava, pienamente con quella del protagonista. Tuttavia, dati alcuni problemi nell’uscita di quest’ultima pellicola, che vide il ritardo di quasi un anno, nel frattempo l’attore, oltre che protagonista, fu per la prima volta regista del “Ragazzo tuttofare”, un film diretto in tempi da record e con un budget ridicolo, per giunta senza un vero e proprio copione, in cui questi utilizzò la tecnica del video assist, che prevede l’impiego di molteplici monitor che gli permettevano di vedere quelli che in gergo si chiamano i cosiddetti giornalieri, le riprese fatte giorno per giorno, una pratica che sarebbe di lì a poco divenuta pratica abituale nell’industria cinematografica. Non è un caso che Lewis fu titolare di corsi di regia, autore di un manuale che raccoglievano gli appunti di questa esperienza, ed è per questo che gli è stato attribuito l’appellativo di regista totale (The Total Film-maker), per tacere del trattamento, totalmente meritato, a lui riservato da “Cahiers du cinéma”.

Da lì in poi, sempre nei ruoli di attore, regista e coautore, seguirono altre pietre miliari della comicità anni ’60, con “Il ragazzo tuttofare”, “L’idolo delle donne”, “Il mattatore di Hollywood”, “Jerry 83/4″ e quello che viene considerato all’unanimità il suo vero capolavoro, “Le folli notti del dottor Jerryll”, in assoluto una delle più intelligenti parodie del celebre romanzo di Robert Louis Stevenson. Seguirono la commedia “I 7 magnifici Jerry”, in cui l’attore interpretava tutti gli strampalati zii del titolo, potenziali tutori di una giovanissima ereditiera, ed è di qualche anno dopo, era il ’70, “Scusi, dov’è il fronte?”, che data la tematica in relazione al periodo storico, gli USA erano in guerra con il Vietnam, venne acclamato all’estero e snobbato in patria.
E’ del ’72 l’inedito, e incompiuto, “The Day the Clown Cried”, un dramma ambientato all’interno di un campo di sterminio nazista cheha come protagonista un clown da circo, una sfortunata versione ante-litteram de “La vita è bella”. Mai distribuito, determinò una pausa cinematografica di quasi 10 anni, dopo di che Lewis ritornò con “Bentornato picchiatello!”, un ritorno quasi fuori tempo massimo alle scene nei panni del suo vecchio cavallo di battaglia.

Anche a causa delle polemiche che scatenò a seguito delle movenze proprio del picchiatello di cui sopra, assai simili a una persona portatrice di handicap, dal ’66 ha organizzato “The Jerry Lewis MDA Labor Day Telethon”, ormai decennale programma televisivo presentato dallo stesso Lewis con l’obiettivo di raccogliere fondi a favore della Muscular Dystrophy Association, a sostegno degli ammalati di distrofia muscolare. Per la cronaca, oltre al gotha dei più grandi artisti americani, l’edizione del ’76 vide la riunione, e rappacificazione, con Dean Martin, dopo un dissidio a distanza durato quasi vent’anni.
Più di recente ha anche fondato la Casa della Risata (“House of Laughter” per aiutare i bambini e i giovani affetti dalle malattie più varie o reduci da traumi attraverso il potere terapeutico della risata, è la sua più importante iniziativa è stata il il 19 giugno del 2017 con un gala benefico in onore di Robin Williams, il Patch Adams cinematografico.

Con il passaggio nella cosiddetta terza età, che ha anche visto nella sua vita privata divorzi e l’insorgere di malattie piuttosto serie, il suo personaggio era divenuto decisamente più serio. Sotto questa prospettiva è stata geniale la sua partecipazione come coprotagonista, insieme a Robert de Niro, diretti da Martin Scorsese nello straordinario “Re per una notte”. Nella storia, dai risvolti quasi thriller, l’attore interpreta il ruolo di un celebre comico, presentatore di un celebre programma televisivo, suo alter ego sia sotto i riflettori che nella vita privata, oggetto dalle attenzioni decisamente paranoiche di un suo accanito fan, nei panni di De Niro, oggi più che mai metafora di quel quarto d’ora di celebrità profetizzata da Warhol e da ottenere evidentemente a tutti costi.
Volendo aggiungere anche una piccola curiosità, Lewis divenne protagonista di un fumetto “The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis”, edita nel ’52 dalla DC Comics, e successivamente star di un cartone animato “Jerry Lewis Show” (il cui titolo originale era “Will the Real Jerry Lewis Please Sit Down”, ndr), prodotto da Filmation dal ’70 al ’72, e trasmesso in Italia a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

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